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Non sempre ho qualcosa da dire…

Archivio per la categoria ‘libertà’

INFORMAZIONE, VUOTO A RENDERE

Pubblicato da miglietto su 24 - 04 - 08

Grazie all’imminente V-Day del 25 Aprile organizzato da Beppe Grillo per dare l’ennesima picconata alla casta di turno, la questione dell’informazione in Italia è più che mai calda in questi giorni.
Prendo spunto, come spesso accade, da Orientalia4All, che saluto e ringrazio, per dire un paio cose anch’io sull’argomento “Ordine dei Giornalisti”.
Faccio una premessa: sono giornalista professionista dal 2001 e mi sono avvicinato a questa professione quattro anni prima. Nel referendum del ’97 votai per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, che vedevo come organo sostanzialmente inefficace, sia in chiave di selezione in fase di accesso alla professione, sia di successiva formazione e tutela della categoria.
A 11 anni di distanza, il mio parere non è cambiato molto, ma l’esperienza mi ha suggerito nuove riflessioni che provo a riassumere.

L’Ordine riesce sempre meno a imprimere valori forti di deontologia ed etica professionale ai suoi iscritti, ma in sua assenza credo sarebbe addirittura peggio. La sua eliminazione rischierebbe di creare un liberismo sfrenato in cui, come diceva bene Manlio Cammarata in questo ottimo post del 2006, si porrebbe “il problema di capire se gli editori preferiranno assumere giornalisti più qualificati, che dovranno essere pagati di più, o meno qualificati, per risparmiare… Oggi come oggi, la seconda soluzione sembra più probabile, con qualche eccezione”.
Vi assicuro che, in larga misura, ciò sta già avvenendo, e che di gente pronta a prendere il codice deontologico e farne carta igienica pur di avere una scrivania ce n’è sempre di più.
Non credo, però, che sia colpa dell’Ordine dei Giornalisti.
Il problema del declino professionale, della abdicazione a precise responsabilità etiche e deontologiche, della scarsa formazione dei giornalisti è tutto culturale, dunque, di difficile soluzione.
L’Ordine, come altri pezzi del nostro ordinamento, merita probabilmente un rinnovamento profondo, ma ho seri dubbi che la sua abrogazione possa migliorare la qualità dell’informazione in Italia.

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UN GIORNALISTA LIBERO

Pubblicato da miglietto su 11 - 04 - 08

Questo è uno degli editoriali che Indro Montanelli ha pubblicato sul suo “Giornale”.
Secondo me è il più bello.
Sono, per usare la sua definizione, parole di un impenitente conservatore che contro i socialisti si è sempre battuto.

Eppure, ciò che emerge da queste parole è semplicemente il pensiero di un giornalista libero.

Su, fratello su, compagno.
12 febbraio 1993

Il Partito socialista italiano si scioglie in seguito alle vicende di Tangentopoli e al conseguente crollo elettorale. Era stato fondato nel 1892 a Genova.


Spartaco Lunardi è morto tre giorni orsono. Aveva novantatré anni, e la sua scomparsa non fa notizia. Nel darmela, la figlia Proletaria mi ha detto: “Stava bene, l’ha ammazzato l’amaro”.
Il padre, vecchio anarchico, gli aveva dato quel nome barricadiero forse sperando che stingesse sul carattere del ragazzo. Ma non fu esaudito. Spartaco crebbe mite. Di vocazione prima ancor che di cosciente scelta, fu socialista, ma di un socialismo romantico e missionario, che lo indusse a interrompere gli studi, dove pure brillava, alle secondarie: disse al padre, consenziente, che non voleva emergere sui compagni, ma mettersi al servizio dei meno dotati. Coi risparmi che faceva come garzone di bottega – di tutte le botteghe del paese: di fabbro, di falegname, di ciabattino, di sarto -, aveva messo su una biblioteca circolante, che era una delle sue fissazioni: l’altra era la scuola serale. Diceva che la lotta di classe si fa coi libri, e che non ci voleva molto a vincerla perché “i signori leggono poco, e i loro figli ancora meno”. Ma lo diceva senza acredine, né disprezzo. Anzi, quando un figlio di un signore – qual ero considerato io per il babbo preside – si offriva di collaborare, andava in estasi come un prete che avesse conquistato un’anima. Per salvarla dalla miseria, aveva sposato la vedova di un compagno di suo padre, anarchico anche lui, e ne aveva adottato le due figlie. Per mantenerle, si stracanava di lavoro dall’alba a buio, ma non c’era stanchezza che gli facesse bigiare la scuola dove anch’io, quando tornavo in città, ero precettato. Nel ’35 i fascisti la chiusero perché Spartaco si era rifiutato di adeguarla all’epica dell’impresa abissina. La biblioteca, ormai ricca – fra donazioni e furti – di oltre tremila volumi, gli permisero di continuare a gestirla.
Col ritorno della democrazia, prese la tessera del partito, ma non ebbe nessuna carica, né lui brigò per averne. Non me lo disse mai, ma avevo netta la sensazione che col socialismo del “Fronte popolare” se la dicesse poco. Nel suo Olimpo non avevano posto né Marx né Gramsci. Vi brillavano Cafiero (eredità paterna), Andrea Costa, De Amicis e Massarenti, l’apostolo delle Cooperative di Molinella, al cui capezzale volle essere quando morì.
Di Spartaco, incancellabili, mi rimangono nella memoria due episodi. Uno fu quando, su mio incauto invito, venne a Milano per assistere a un dibattito, non ricordo per quale anniversario, su Cuore, quello vero. Uno dopo l’altro si alternarono sul podio tre intellettuali di sinistra, all’unisono nella corbellatura di Garrone, il buono, e nell’esaltazione di Franti, il cattivo. Spartaco ascoltava quella sequela di fasullaggini esibizionistiche a testa bassa. Quando alzò su di me gli occhi smarriti, lo presi per un braccio, lo trascinai fuori e a piedi, senza parole, lo accompagnai alla stazione.
Tornammo ad incontrarci nell’ottobre del ’62, per il comitato centrale del partito che sancì la sua definitiva rottura col Piccì ed il passaggio nella maggioranza di centrosinistra. Spartaco era lì come delegato, e si pronunciò risolutamente contro. Gli dissi che, secondo me, sbagliava: dopo quasi un secolo di opposizione, era l’ora che i socialisti dimostrassero cosa sapevano fare, entrando nella stanza dei bottoni. Ci pensò un po’ su, poi disse: “Lo so, lo so. Ma il guaio è che nella stanza dei bottoni c’è anche la cassaforte…”. Nella sua semplicità, aveva capito prima e meglio di me.
Non mi stupisce che sia “morto d’amaro”: quest’ultimo anno dev’essere stato per lui un tormento. Mi rimorde solo di non aver fatto in tempo a dirgli: “Vecchio Spartaco, sputa l’amaro: la tua non è stata un’illusione: quello che muore è il socialismo dei Franti, non quello dei Garrone come te. Ascolta la parola di un impenitente conservatore che contro i socialisti si è sempre battuto. Fin quando gli uomini saranno capaci di un anelito di giustizia e di altruismo, quell’anelito sarà socialista. Su, fratello – su, compagno -, raccatta e sventola la tua bandiera”.

Da “La stecca nel coro”, Rizzoli 1999

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L’UTOPIA E LE NIKE

Pubblicato da miglietto su 22 - 03 - 08

Il post precedente non era uno scherzo.
Insomma, un po’ in crisi ci sono andato davvero (anche perchè io ho praticamente soltanto Nike).
Oggi Gianluca mi ha inviato questo commento, che trovate al post precedente. Una risposta ai miei dilemmi talmente bella che voglio riproporla con lo status di post.
L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.
L’ho scoperta qualche tempo fa – mi scrive Gianluca – leggendo un manifesto di “Un altro mondo è possibile” appeso all’entrata di un esercizio commerciale equosolidale. Da allora, dopo essermi lentamente e dolorosamente reso conto che buona parte del mio “benessere” è direttamente proporzionale alla “sofferenza” di altri, quelle vecchie scarpe usurate della nike non mi vanno più tanto strette, anzi …ci cammino.
Grazie a Gianluca, per avermi aiutato ad aprire gli occhi, evitando che restassi abbagliato.

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AHIAHIAI!!!

Pubblicato da miglietto su 21 - 03 - 08

Accendo il pc e mi trovo una mail di Gianluca (grazie) che mi informa sulle barbarie di cui è vittima la popolazione cinese per mano di quei “difensori del popolo” del Partito comunista.
Mi indigno una volta di più, vado cercare altri post che mi parlino della tortura in Cina e mi convinco, semmai ce ne fosse bisogno, che quello del Tibet debba essere soltanto un “frame” all’interno di una discussione più ampia da sviluppare.
Ma si fa tardi e devo uscire.
Mi vesto, mi infilo le Nike e affronto il mondo convinto di avere molto da dire e molto da fare.
Poi mi fermo, guardo all’interno della linguetta e mi domando: e adesso cosa faccio?

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TIBET, UNA LACUNA INDOTTA

Pubblicato da miglietto su 18 - 03 - 08

Coinvolto emotivamente (soprattutto grazie a Orientalia4All e a Luisa) dalle recenti drammatiche vicende tibetane, mi sono presto reso conto di conoscere ben poco di quanto avvenuto da 60 anni a questa parte in quella affascinante regione asiatica. Per colmare la lacuna, ho ripreso in mano il manuale su cui diedi l’esame di “Storia contemporanea” all’università.
Premesso che la mia memoria è più labile di quella di un novantenne, le dimensioni della voragine che si è inghiottita la storia tibetana mi avevano convinto che all’epoca dell’esame, parliamo del ’94, dovevo aver saltato a pie’ pari il capitolo che parlava dell’evoluzione politica cinese nel Secondo dopoguerra.
Invece, mi sbagliavo.
Aperto il manuale, (Storia dell’età contemporanea, di M.Salvadori) ho trovato tracce del mio passaggio (qualche sottolineatura ed evidenti macchie di unto) sul capitolo n°54: “La politica estera cinese, dal ‘49 fino alla crisi dei rapporti sino-sovietici”.
È vero che un manuale generalista, che abbraccia il densissimo periodo tra la Restaurazione i giorni nostri non può approfondire ogni momento, ma la spiegazione di quanto avvenuto in Tibet mi ha lasciato basito per la sua pochezza.
Salvadori spiega in poche righe la questione tibetana. Prima, descrive l’annessione del Tibet alla Cina con queste parole:
Dopo il riconoscimento della Cina da parte indiana e lo scambio di ambasciatori (aprile 1950), un chiaro segno distensivo era stato l’accordo patrocinato dall’India, con il Tibet, in base al quale veniva mantenuto in vita il governo locale, con un’ampia autonomia regionale, pur venendo il paese incorporato nella repubblica cinese”.
Insomma, il Tibet era stato incorporato alla grande madre Cina, ma, stando al manuale, senza traumi, né rivendicazioni da parte dei suoi abitanti e con grande soddisfazione dell’India.
Cinque pagine dopo Salvatori torna a parlare del Tibet in relazione ai rapporti tra india e Cina:
Una nuova crisi andò profilandosi negli ultimi mesi del 1958, crisi che provocò il deterioramento dei rapporti sino-indiani. Si verificarono dapprima piccoli incidenti di frontiera. Ma il peggioramento decisivo dei rapporti si ebbe allorquando i cinesi, visto che l’autonomia concessa al Tibet stava diventando veicolo per l’influenza dell’India, intervennero militarmente nella regione reprimendo una rivolta nel marzo del 1959”.
Già, capire cosa significa che il Tibet “stava diventando veicolo per l’influenza dell’India” è affare per ufologi, ma cosa accadde nei nove anni che passarono tra “l’annessione gioiosa” del Tibet e la rivolta? Contro chi si rivoltavano i rivoltosi? E perché? Nel manuale non si fa alcun cenno a chiarimento di ciò. Come nemmeno una riga viene spesa in seguito per parlare degli oltre 1milione e 200mila morti registrati tra la popolazione tibetana, o dei 6mila monasteri buddisti rasi al suolo negli anni a seguire.
Che dire, un fulgido esempio di storiografia.
Chiara, completa e per nulla faziosa.

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CINA, OLIMPIADI, DIRITTI UMANI

Pubblicato da miglietto su 17 - 03 - 08

Il problema mi sembra talmente grande da rendere ridicolo, ai miei occhi, ogni più sincero, ma fatalmente minuscolo gesto che ognuno di noi sta cercando di fare. Ma anche i piccoli gesti possono avere un’eco importante. Probabilmente, più dentro di noi che altrove. Per questo, ragionando (grazie Orientalia4all) sulle drammatiche vicende tibetane, ho iniziato a farmi qualche domanda in più sulla Cina. Ho trovato questo sito che spiega bene quale sia la situazione generale dei diritti umani in Cina. Situazione allarmante e paradossale se si pensa che quest’estate a Pechino si terranno le Olimpiadi in un contesto di sostanziale indifferenza diplomatica generale.
Dunque, seguo il consiglio dell’esperta (sempre Orientalia) e non faccio altro che proporre ad altri ciò che anch’io sto apprendendo.

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TIBET

Pubblicato da miglietto su 16 - 03 - 08

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