
Ne parla anche
Luca De Biase nel suo blog oggi: quanto la felicità degli italiani, e il suo contrario, sono distanti dalle reali esigenze della gente?
Un’antica questione, il cui approfondimento rischia di portarci su terreni filosofici fin troppo ardui per noi. L’attualità del tema è ancor maggiore per me, proprio oggi, per questioni professionali. Uno dei servizi portanti del Tg odierno sarà dedicato alla classifica che Il Sole24Ore ha dedicato alla “qualità della vita” nelle province italiane.
Tra i vari indici analizzati, grande importanza è data al cosiddetto “sentiment”, ovvero al grado di percezione umana nei singoli ambiti che fanno la quotidianità della nostra vita.
In particolare, è il cosiddetto indice della felicità a fornire i dati più curiosi.
Premesso che indicizzare la felicità non dev’essere cosa affatto semplice, è singolare trovare tra le province più “tristi” d’Italia quelle di Varese, di Brescia, di Torino e di Piacenza, quest’ultima fanalino di coda della graduatoria.
Prendiamo Piacenza, un ottimo esempio di distacco tra probabile realtà oggettiva e percezione della stessa, ma anche della distanza che corre tra la percezione dei singoli problemi e il concetto più generale (e fatalmente vago) di felicità.
La città emiliana a confine con la Bassa lombarda registra una delle migliori posizioni in fatto di percezione di sicurezza: 16esima su 103; è 15esima, sempre in quanto “sentiment”, su servizi, ambiente e salute, è 27esima per come i suoi cittadini percepiscano un problema lavoro, è addirittura 13esima nella percezione del tenore di vita, in riferimento all’aumento dei prezzi, e, infine, è 30esima, lo ripeto, su 103, nella graduatoria finale del Sole che mette insieme tutti i dati, compresi i molti statistici e quindi oggettivi, complessivamente facenti parte della ricerca.
Insomma, sulla carta Piacenza è una provincia messa niente male.
Analoghi dati possono leggersi per quanto riguarda Torino, Varese e Brescia.
Perché, allora, viene da domandarsi, i piacentini si dichiarano gli italiani meno felici?
Se la felicità è data in gran parte dalla proiezione televisiva delle nostre aspettative (e credo sia in gran parte vero) delle due l’una: o i piacentini non guardano la tivù, oppure ne guardano troppa.
Probabilmente, nella loro, presunta, infelicità c’è dell’altro.
Sarà la nebbia abbondante, oppure una frustrazione atavica dovuta alla vicinanza, ma insieme all’esclusione, dalla Lombardia operosa e ricca?
Scherzi a parte, questi dati fanno riflettere sul concetto tanto caro a De Biase, intorno al quale anch’io credo che ruoti gran parte del nostro destino. Quando gli uomini del mondo industrializzato impareranno ad essere più felici, o quantomeno a riconoscere la felicità che spesso hanno senza saperlo? E se succederà, l’economia e il benessere rallenteranno o ci sarà un nuovo impulso verso il meglio?
L’economia delle cose semplici, quella del poco ma condiviso potrebbe essere la nuova frontiera. Un’economia in cui, forse, il gap clamoroso tra il posseduto (in senso lato) e il percepito potrebbe, finalmente, assottigliarsi.