Uh!

Non sempre ho qualcosa da dire…

Archivio per la categoria ‘Futuro’

IL FUTURO? SORRIDE…

Pubblicato da miglietto su 20 - 04 - 08

Poi, magari, Luca Mascaro è un moderno negriero in salsa tecnologica, uno che appena può ti sfrutta, uno che per lui sei solo un numero, anzi, un account.
Ma, guardando le foto di Lyonora su Sketchin penso: “Ecco, io vorrei lavorare lì”.
Premessa: non so nulla di programmazione, sistemi web, design e di tutte le diavolerie che in quell’azienda elaborano con la facilità con cui io uso un block-notes.
Insomma, non mi sto proponendo, ma scorrendo quelle foto non posso, ogni volta, non pensare che quello deve essere il modello aziendale su cui puntare.
È un modello persino per me, che non ho un’azienda. Un modello, credo, che supera il concetto stesso di azienda.
Dalle foto cosa sento? Sento che Luca è il capo, non si discute. E questo conta. Parecchio. Non c’è dinamismo senza leadership. Ma “il capo” è davvero “web 2” con il resto del gruppo, con la squadra. E che squadra. Me lo dicono le loro corse sui prati, l’espressione dei volti ritratti (perché siete tutti belli lì dentro?), i momenti di confronto, le magliette, i mille colori e persino l’arredo di Sketchin.
Se poi mi addentro nel sito aziendale, pur restando totalmente immune da qualsivoglia possibilità di comprendere certi dettagli tecnici, capisco che quella cosa lì è sostanza, ingegno, progetto, lavoro. Tanto.
Questi ragazzi hanno poco più di vent’anni. Dal giorno stesso in cui li ho conosciuti in un’epica pizza-blog, mi hanno ridato un po’ di quella fiducia che stavo smarrendo.
Ringraziarli è il minimo che possa fare.

(foto by http://www.lyonora.it/)

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L’UTOPIA E LE NIKE

Pubblicato da miglietto su 22 - 03 - 08

Il post precedente non era uno scherzo.
Insomma, un po’ in crisi ci sono andato davvero (anche perchè io ho praticamente soltanto Nike).
Oggi Gianluca mi ha inviato questo commento, che trovate al post precedente. Una risposta ai miei dilemmi talmente bella che voglio riproporla con lo status di post.
L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.
L’ho scoperta qualche tempo fa – mi scrive Gianluca – leggendo un manifesto di “Un altro mondo è possibile” appeso all’entrata di un esercizio commerciale equosolidale. Da allora, dopo essermi lentamente e dolorosamente reso conto che buona parte del mio “benessere” è direttamente proporzionale alla “sofferenza” di altri, quelle vecchie scarpe usurate della nike non mi vanno più tanto strette, anzi …ci cammino.
Grazie a Gianluca, per avermi aiutato ad aprire gli occhi, evitando che restassi abbagliato.

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L’UOVO DI COLOMBO

Pubblicato da miglietto su 19 - 01 - 08

Se il grado di benessere e appagamento di un lavoratore potrebbe, in un futuro non lontano, persino arrivare ad essere una voce importante tra i capitoli dei bilanci aziendali, perchè una gran parte delle persone che conosco non sonno soddisfatte di come si trovano a svolgere il proprio lavoro?

Perchè la figura del “capo”, sia esso un direttore o il proprietario dell’impresa, è quasi sempre invisa ai dipendenti?
E’ un fatto necessario nelle dinamiche di organizzazione aziendale, oppure attiene a componenti psicologiche diverse? Insomma, a volte mi capita di pensare che basterebbe davvero poco, e soprattutto non in termini economici, perchè all’interno di un gruppo di lavoro l’appagamento e il valore aggiunto in termini di serenità possano crescere, a beneficio, ovviamente, anche della stessa azienda. Eppure non accade spesso, anzi, accade quasi mai.
Colpa della diffusa frustrazione di “capi” sempre più ricchi di soldi, ma sempre più poveri di spirito?
O è colpa della categoria “dipendente”, ancora diffusamente immatura per disporre di spazi e modalità che, male utilizzati, porterebbero, in fondo, a una organizzazione aziendale meno efficiente?

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L’IPERPRESENTE

Pubblicato da miglietto su 18 - 01 - 08

Davvero la rete ci sta ammorbando in uno stato di “iperpresente” (definizione di Luca De Biase)?

Siamo talmente concentrati su ciò che accade così rapidamente, anche tra noi, che non riusciamo a capire quali siano le conseguenze dei nostri piccoli e grandi gesti?
Cosa ci guida, se c’è qualcosa, nella nostra immersione via blog?
Oppure, ogni volta, è soltanto un tuffo?

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TORNIAMO AL SENSO

Pubblicato da miglietto su 16 - 01 - 08

L’iper presente: uno dei rischi della nuova dimensione in cui la rete ci sta trascinando.

Non riuscivo a dare un nome ai timori che albergano nei miei amici e un po’ anche in me da quando ci approcciamo al mondo dei blog.
La definizione, ovviamente, non è mia. E’ di Luca De Biase, che l’ha tirata fuori dal suo ricchissimo cilindro nel corso della presentazione del suo “Economia della felicità”, oggi in Feltrinelli a Milano.
Un’ora e mezza fitta di spunti, che proverò a sviluppare nei prossimi post, con la consapevolezza di un’inadeguatezza di fondo, coadiuvata, però, da una grande voglia di capire.
Il rischio dell’iper presente è lì. E’ concreto, grave, ma si può evitare. Come? Lo dice lo stesso De Biase: con la progettualità.
Insomma, va bene tutto nella rete, ma di fondo deve esserci qualcosa che abbia una direzione.
Quale direzione? Questa è un’altra storia.

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MAQUALISONOLENOTIZIE 4

Pubblicato da miglietto su 14 - 01 - 08

Mi chiedevo, insieme con il collega Paolo Moretti, quale sia il senso del nostro lavoro. Quali notizie sia utile raccogliere e quali, soprattutto, diffondere.

Nel rifletterci sopra mi sono, però, reso conto che una cosa è la nostra riflessione, fatalmente condizionata dall’esserci dentro, altro è ciò che davvero gli utenti, i nostri veri editori, intendono.
Allora lo chiedo a voi:

quali sono le notizie che apprezzate in un giornale o in un tg? (cronaca, politica, costume e società, economia, sport).

In che forma? (preferite la brevità o un pezzo articolato e approfondito).

Vi interessa conoscere i nomi delle persone coinvolte, se queste non sono particolarmente note? (Ad esempio, quello di un tizio che ha commesso un furto o una rapina in un tal posto).

Quali tipi di notizie sono buoni soltanto per riempire le pagine e le scalette?
Cosa manca sicuramente nei media tradizionali locali oggi?

Ogni risposta è, ovviamente, gradita.

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MAQUALISONOLENOTIZIE 2?

Pubblicato da miglietto su 19 - 12 - 07

Vittorio Feltri dice che ad alcune testate giornalistiche “le notizie fanno schifo”.

Un apparente controsenso per chi con le notizie ci lavora e nelle notizie trova la sua migliore e maggiore risorsa. Invece, un po’ mi spiace dirlo, Feltri ha ragione.
Prendiamo la notizia del giorno, a Como.
Dopo mesi di polemiche sulla presenza di amianto nei detriti della Ticosa abbattuta (l’ex enorme tintostamperia che lascerà il posto a un nuovo quartiere fatto di case, uffici e servizi, per chi non lo sapesse) il sindaco di Como, Stefano Bruni è stato iscritto al registro degli indagati della Procura cittadina. La magistratura ipotizza i possibili reati di abuso d’ufficio e di violazione del Codice ambientale.

Premesso che l’iscrizione al registro degli indagati non significa, nemmeno lontanamente, un indizio di colpevolezza, vorrei portare l’attenzione sulla visibilità che la stessa, identica notizia ha avuto sui media locali.

Vetrina n°1 – La televisione locale Espansione Tv, presso cui lavoro, ha confezionato un servizio che nella scaletta Tg è andato in onda al punto n° 5, in coda, nell’ordine, a una ripresa dell’omicidio di Tavernola, a un servizio sulla condanna di un ex sacrestano che ha ferito un ragazzo due anni fa, a un pastone sul caos e il traffico natalizi, a una considerazione sul gap tra percezione del reale e reale stesso nella qualità della vita.
Dopo questi tre servizi, circa sei minuti di telegiornale, ecco la notizia del sindaco indagato. Nessun titolo è stato dedicato al fatto.

Vetrina n° 2 – Il principale quotidiano comasco “La Provincia” ha aperto il giornale di oggi (ovvero ha fatto il titolo di testata della prima pagina) con il titolo : “Ticosa, avviso di garanzia al sindaco”. Titolo finito anche sulle locandine all’esterno delle edicole.
Alla notizia, poi, ha dedicato una pagina (la 17 pagina dispari, quindi più letta), con le reazioni dell’opposizione e, ovviamente, la posizione del sindaco.

Vetrina n° 3 – L’altro quotidiano locale, “Il Corriere di Como”, ha incastonato la notizia un box a pagina 4 (pagina pari, meno letta) , sotto un’apertura che titola: “Sicurezza, i sindaci si difendono: tutta colpa del governo”.
Nel pezzo si dà conto dell’iscrizione al registro degli indagati del sindaco, riprendendo pari pari quanto andato in onda nel Tg della sera prima su EspansioneTv. In prima pagina, invece, la notizia è finita in un modulo di quelli con cui si indicano, solitamente, i fatti meno importanti all’interno del giornale.

Tre modi diversi per dare la stessa notizia.
Tre modi per evidenziare, o fare l’esatto contrario, un fatto.
Lascio a chi legge possibili interpretazioni.

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MAQUANTOSONOFELICE?

Pubblicato da miglietto su 17 - 12 - 07

Ne parla anche Luca De Biase nel suo blog oggi: quanto la felicità degli italiani, e il suo contrario, sono distanti dalle reali esigenze della gente?
Un’antica questione, il cui approfondimento rischia di portarci su terreni filosofici fin troppo ardui per noi. L’attualità del tema è ancor maggiore per me, proprio oggi, per questioni professionali. Uno dei servizi portanti del Tg odierno sarà dedicato alla classifica che Il Sole24Ore ha dedicato alla “qualità della vita” nelle province italiane.
Tra i vari indici analizzati, grande importanza è data al cosiddetto “sentiment”, ovvero al grado di percezione umana nei singoli ambiti che fanno la quotidianità della nostra vita.
In particolare, è il cosiddetto indice della felicità a fornire i dati più curiosi.
Premesso che indicizzare la felicità non dev’essere cosa affatto semplice, è singolare trovare tra le province più “tristi” d’Italia quelle di Varese, di Brescia, di Torino e di Piacenza, quest’ultima fanalino di coda della graduatoria.
Prendiamo Piacenza, un ottimo esempio di distacco tra probabile realtà oggettiva e percezione della stessa, ma anche della distanza che corre tra la percezione dei singoli problemi e il concetto più generale (e fatalmente vago) di felicità.
La città emiliana a confine con la Bassa lombarda registra una delle migliori posizioni in fatto di percezione di sicurezza: 16esima su 103; è 15esima, sempre in quanto “sentiment”, su servizi, ambiente e salute, è 27esima per come i suoi cittadini percepiscano un problema lavoro, è addirittura 13esima nella percezione del tenore di vita, in riferimento all’aumento dei prezzi, e, infine, è 30esima, lo ripeto, su 103, nella graduatoria finale del Sole che mette insieme tutti i dati, compresi i molti statistici e quindi oggettivi, complessivamente facenti parte della ricerca.
Insomma, sulla carta Piacenza è una provincia messa niente male.
Analoghi dati possono leggersi per quanto riguarda Torino, Varese e Brescia.
Perché, allora, viene da domandarsi, i piacentini si dichiarano gli italiani meno felici?
Se la felicità è data in gran parte dalla proiezione televisiva delle nostre aspettative (e credo sia in gran parte vero) delle due l’una: o i piacentini non guardano la tivù, oppure ne guardano troppa.
Probabilmente, nella loro, presunta, infelicità c’è dell’altro.
Sarà la nebbia abbondante, oppure una frustrazione atavica dovuta alla vicinanza, ma insieme all’esclusione, dalla Lombardia operosa e ricca?
Scherzi a parte, questi dati fanno riflettere sul concetto tanto caro a De Biase, intorno al quale anch’io credo che ruoti gran parte del nostro destino. Quando gli uomini del mondo industrializzato impareranno ad essere più felici, o quantomeno a riconoscere la felicità che spesso hanno senza saperlo? E se succederà, l’economia e il benessere rallenteranno o ci sarà un nuovo impulso verso il meglio?
L’economia delle cose semplici, quella del poco ma condiviso potrebbe essere la nuova frontiera. Un’economia in cui, forse, il gap clamoroso tra il posseduto (in senso lato) e il percepito potrebbe, finalmente, assottigliarsi.

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IL POTERE DEI PICCOLI

Pubblicato da miglietto su 14 - 12 - 07

Faccio il cronista da una decina d’anni. Da sette o otto mi occupo principalmente di politica e pubblica amministrazione.
L’altro giorno ho realizzato un dato agghiacciante. Una cosa che ho sempre avuto sotto il naso, a dire il vero, e che spesso il naso me l’ha fatto arricciare, ma che non mi era mai parsa tanto evidente e devastante.
Vi dico di che si tratta: coloro che detengono il potere, quasi sempre politici o burocrati di vario stampo da me frequentati per motivi professionali, sono generalmente propensi alla disonestà intellettuale.
La menzogna è ormai divenuta la regola. La piccola grande truffa, l’escamotage, la furbata, l’opportunismo più bieco non sono affatto fenomeni isolati negli ambienti che frequento da quasi un decennio. Anzi, la tendenza a queste abitudini è sempre più marcata. E più sai mentire, più fai carriera. Più sai scaricare su altri le tue responsabilità, più lunga sarà la tua vita nella bolla del potere.
Cosa comporta tutto ciò? Credetemi, non è affare loro.
Non ci pensano nemmeno al dopo.
Non voglio passare per un qualunquista. Proprio contro il qualunquismo, che reputo uno dei mali più gravi da cui la nostra società è divorata, voglio scrivere questa cosa. Nessuna crociata. E nemmeno moralismo, ché non è roba mia.
La mia è una semplice testimonianza diretta. Fatene ciò che volete, credetemi, oppure no. Ma sappiatelo: siamo nella merda, in senso letterale. Completamente immersi.
Dando una forma a questo desolante scenario, mi siete venuti in mente voi, che state nella rete e che nella rete state riversando una quantità tale di buoni valori e buone idee da lasciarmi, ancora oggi, quotidianamente stupito.
Che la via d’uscita dalla Tv malata possa essere la rete (De Biase non ci tradire) sono personalmente persuaso, malgrado le non rare fasi di scoramento.
E che in questo nuovo modo di far circolare le idee vi sia la “salvezza”, per il momento mi limito a sperarlo. Forse ho una visione un po’ troppo romantica dell’Idea e del mezzo con cui la vedo viaggiare e crescere meglio. Ma è la mia ancora, altrimenti verrei trascinato via.
Perché siamo arrivati a questo punto? E, soprattutto, siamo ancora in tempo per invertire la rotta, o quantomeno per correggere il tiro?
Faccio un lavoro che mi obbliga ad avere fiducia.
Da quella pesantissima pizza di qualche tempo fa, i dubbi non sono diminuiti, ma la mia forza è aumentata oltre ogni previsione.

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AVRA’ SENSO IL SENSO? BAH…

Pubblicato da miglietto su 23 - 11 - 07

Avevo detto che ci avrei pensato, l’ho fatto. Non che ci veda molto più chiaro, ma proviamo a riallacciare il discorso sul senso del comunicare via blog.
Mentre scrivo, a dir la verità, mi viene un dubbio: servirà, poi, farsi tante domande sul “senso”?
Non sarebbe forse meglio scrivere (o non scrivere) e morta lì?
Bah, mi toccherà riflettere anche su questo.
L’altro giorno mi sembrava incontrovertibile un fatto: il sapere passa dalla Rete. Se non si hanno mezzi e capacità per dialogare nella Rete si è tagliati fuori. Dunque, dicevo, il sapere è ormai roba per tecnici, con buona pace degli umanisti.
Leggendo un post di Luca De Biase (La storia per progettare il futuro) ho ricevuto un nuovo spunto. Luca conclude il suo ragionamento dicendo che: per prevedere quello che succederà tra un certo numero di anni occorre ricostruire quello che è successo, considerando un numero doppio anni nel passato. E’ un modo americano per dire che occorre una prospettiva storica per pensare il futuro. La storia è il primo elemento di riflessione nella progettazione. Credo che valga anche per il giornalismo dell’innovazione.
Avendo un cultura, o meglio, una formazione storica, mi sono trovato in sintonia con quanto difeso dall’ottimo De Biase e da chi lui stesso cita a sostegno della sua tesi.
Riflessione nella progettazione. Sono questi i due elementi basilari, indispensabili.
Non c’è tecnica che regga, se non è sostenuta da una solida base umanistica. Che non significa per forza cultura da liceo classico. E non è detto che questa base debba essere fatta di cultura nel senso tradizionale del termine (quella fatta sui libri di letteratura, di storia e di filosofia, per intenderci). Secondo me, giusto per fare un esempio, un bel pezzo del nostro sapere oggi sta nel conoscere le dinamiche della integrazione razziale. Basta leggere qualcosa sul blog Valelandia, senza andar lontano, per rendersi conto di ciò.
Una cosa è certa, insomma, cari i miei geni del Web 2.0, per progettare occorre riflettere. Ma riflettere su tutto. E nel “tutto” ci sono l’arte, la storia e il resto.
Ciò che mi conforta e che l’altra sera, dopo una pizza micidiale per il mio stomaco, ma assolutamente gradevole per ogni altra sua implicazione, ho avuto la netta sensazione che chi progetta riflette. E parecchio. E su tutto.
La mia amica Titti, che ha qualche anno più di me, ma frequenta un sacco di giovani, mi ha detto: “La generazione dei 30-40enni è la più sfigata (cazzo, ci sono in pieno ndr), se consideri, invece, quella dei 20-30enni vedrai che troverai molto di più”.
Titti, mi sa che c’hai ragione anche ’stavolta.

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UNA PIZZA DALLA CODA LUNGA

Pubblicato da miglietto su 22 - 11 - 07

Meglio ridere intorno una pizza, o affidarsi alla Rete, protetti da quella sorta di “velo”, riempiendola, a badilate, delle proprie emozioni, dei propri fatti e delle proprie aspirazioni?

Non sarà un dilemma, ma è una domanda, da quanto mi sembra di aver capito, che, sotto sotto, i pizza-blogger dell’altra sera si sono fatti.
Quasi stupiti, un po’ tutti hanno concordato sulla riuscita della serata, sull’armonia che da subito è nata tra i componenti di questo strano gruppetto. Uno stupore, se ci si pensa un attimo, che stupisce a sua volta.
Insomma, la vita reale e quella “da blog” sono cose diverse?
Oppure sono due corsie della stessa strada?
La mia amica Luisa mi ha manifestato i suoi dubbi al riguardo. Anzi, i suoi timori.
Quali pericoli nasconde questo fatale sdoppiamento di personalità a cui tutti, partecipando alla dimensione telematica, siamo, di fatto, sottoposti? Sono pericoli concreti?
Questo mettere tutto in circolo, alla fine, dove porta?
Vabbé, ho buttato lì un po’ di questioni.
Chissà se qualcuno raccoglierà il sasso.
Io, intanto, ci penso.
Promesso.

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IL SENSO DELL’ONDA

Pubblicato da miglietto su 20 - 11 - 07

Lo diceva 150 anni fa un signore con una lunga barba, di nome Carlo: il potere è di chi detiene i mezzi di produzione.
Ieri sera qualcuno ha detto: “Sono tra i blog da cinque-sei anni. Da quando ho iniziato le cose sono cambiate molto, in meglio”.
Ho pensato a quest’affermazione ’stanotte e mi sono alzato con un convincimento: finalmente ai giovani, alla “generazione x” stanno tornando in mano i mezzi produzione. Succede grazie al Web, soprattutto. Passa da lì, dalle loro testoline quasi sempre coperte da strani berretti o dal cappuccio di una felpa, il sapere. Passa più dai tecnici, come diceva sempre quel qualcuno, che dagli umanisti.
Forse il nostro compito, nostro inteso come si noi anziani (perché a 36 anni non sei anziano, sei decrepito), è proprio quello, legare il vecchio sapere a quello nuovo. Accudire il passaggio del sapere umanistico a quello tecnico. Una transizione cruciale, quella di questi anni.
Surfare sul sapere, ordina Baricco.
Ha ragione. Il problema, però, no sta soltanto nell’avere la tavola giusta, bisogna capire il senso dell’onda.
Da oggi si lavora per questo, cercare di capire il senso dell’onda.

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LA NUOVA ERA

Pubblicato da miglietto su 20 - 11 - 07

Certi post vanno buttati giù così, a caldo.

Io, a dire il vero, lo faccio a freddo, nel senso che sono appena sceso dalla moto che mi ha riportato a casa dopo la serata “pizza-blog” comasca. Credetemi, si gela.
Che dire. Ho scoperto un mondo. Un universo che, malgrado la mia curiosità e i miei tentativi di conoscerlo, non immaginavo così. Così grande. Così terribilmente efficace. Così devastante nella sua novità. Non è solo il fatto che io sia un neofita. Insomma, non è semplice “estasi del principiante”. Certo, sarei stato ore ad ascoltare tutti quei discorsi, ma c’è dell’altro.
C’è molto altro nel gruppo di persone che ho conosciuto oggi.
C’è qualcosa che, dopo tanto tempo, ha riportato speranza nella mia esistenza. Non esagero e non sono ubriaco (ho bevuto Coca Light, ho i testimoni). Uscito dalla pizzeria in riva al lago, avevo su tutte una sensazione: la fiducia. Non tanto per quanto tecnicamente, ho realizzato, molti dei miei commensali sono in grado di fare. Quanto per ciò che sta dietro al loro fare. O meglio, ciò che sta sotto e, soprattutto, davanti.
Questo è il punto cruciale. Loro sono davvero proiettati. Non perché posseggono la padronanza della tecnologia, ma perché quella tecnologia è il loro mezzo per esistere e contare. Ciascuno a modo suo. Ed essere “proiettati”, oggi, è forse la dote più rara e preziosa che una persona può avere.
Per adesso, grazie.
Ma non finisce qui.

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GUAI A NOI

Pubblicato da miglietto su 12 - 11 - 07

Con la pacatezza, la determinazione e l’eleganza che messe insieme si chiamano “classe”, Ferruccio De Bortoli è arrivato con straordinaria potenza dritto al nostro cuore, che poi è il cuore del problema.
“Mai una verità, anche se scomoda, anche se odiosa, anche se sconveniente, sia taciuta” ha detto sabato mattina il direttore del Sole 24Ore in occasione della consegna del Premio cronisti lombardi 2007, intitolato a Guido Vergani.
De Bortoli è presidente della giuria del Premio.
Un monito tutto fuorché retorico, il suo.
Non le solite belle parole, insomma, per dire che quella dei cronisti è una specie protetta e sempre sotto tiro.
Prima di tutto, De Bortoli ha voluto fare autocritica. Un’autocritica sincera, non di circostanza.
La legge è chiara in tema di privacy e spesso i limiti che essa pone a tutela dei cittadini vengono sciaguratamente oltrepassati dai media.
Ma il direttore ha voluto guardaci in faccia, tutti, per spronarci. Per metterci in guardia contro un’abdicazione strisciante al nostro ruolo che il mestiere del cronista sta sempre più evidenziando.
Troppo spesso siamo costretti a tacere fatti e circostanze, soprattutto se riguardano i cosiddetti “potenti”. Troppo spesso, però, la censura parte da noi stessi, perché ormai è un male endemico, quasi nemmeno più doloroso, subdolo.
Il discorso vale per ogni livello dell’informazione, da quella globale, che viaggia su Internet e via satellite, a quella locale, paradossalmente ancor più preziosa nell’economia della vita quotidiana.
“Il silenzio dell’informazione è il primo sintomo, e il più grave, del declino di una società” ha aggiunto De Bortoli prima di chiamarci “valorosi colleghi”.
Quella sua ultima definizione, dai toni quasi epici, mi ha commosso. È stato il vero premio per me. Da qui in avanti, farò sempre il massimo perché sia un premio meritato.

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