Uh!

Non sempre ho qualcosa da dire…

Archivio per la categoria ‘Economia’

CRUDELTA’

Pubblicato da miglietto su 16 - 04 - 08

“Dopo 10 giorni di temperature costantemente al di sotto della media stagionale, mi pare che sia perfettamente inutile continuare a parlare di “effetto serra”. I dati, del resto, parlano chiaro e chiudono definitivamente il discorso: l’effetto serra non esiste”.
Parole (sante) dell’avvocato che, mai domo, da oggi si occuperà di uno dei più gravi problemi del nostro Paese: il debito pubblico.
Lo spunto è sorto ieri, nel bel mezzo di una serata a base di proiezioni di seggi, discussioni politiche in classico stile Bar Sport, buon vino e ottimo cibo. Insomma l’ambiente ideale per partorire nuove teorie in grado di rivoluzionare il pensiero di un intero pianeta.

Adepto: “Certo che ora Berlusconi avrà parecchie gatte da pelare, a partire da quel voracissimo debito pubblico”.
Avvocato: “Perché? Il debito pubblico non sarà mai un problema, è una semplice convenzione”.
Adepto: “Ma se hanno calcolato che ogni bimbo italiano nasce con un debito di oltre 18mila euro sulla testa”!
Avvocato: “Ma non diciamo cazzate! E chi avrebbe mai il coraggio di andare a chiedere 18mila euro a mio figlio”?

(Il bimbo nella foto ha appena saputo di avere già un debito di 18mila euro)

Adepto:”In effetti…”

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PIZZABLOG

Pubblicato da miglietto su 3 - 04 - 08

Pizza blog di ieri sera: la coda è davvero lunga.

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EFFETTO SERRA 2

Pubblicato da miglietto su 28 - 03 - 08

Ospito volentieri questo post redatto direttamente dall’Avvocato.

Il contenuto è la prima di una serie di domande che ci aiuteranno a capire meglio la “teoria ciclica del clima” da egli stesso formulata e che già raccoglie una stretta, ma convinta, cerchia di seguaci.

Il fatto:
recentemente tutta la stampa nazionale ha pubblicato, con la solita enfasi allarmistica, la notizia che nel Nord dell’Alaska starebbero tornando alla luce alcune tombe risalenti al periodo neolitico sinora sepolte tra i ghiacci.

La domanda:
la vera notizia é?

a) che anche il ghiaccio prima o poi si scioglie;
b) che il nord dell’Alaska, ancora milleni prima della nascita di Anassagora di Clezomene, di Antoine Lavosier, dell’invenzione della macchina a vapore, del motore a scoppio (e dei frigoriferi!!!), era una sterminata ed abitata prateria?

Resto in attesa delle risposte.

l’Avvocato (meteorologo)

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EFFETTO SERRA

Pubblicato da miglietto su 25 - 03 - 08

L’altro giorno ero dal mio avvocato, che da qualche tempo è anche il mio climatologo, nonché guru, personale.
Dovevamo parlare di cose molto serie e delicate. Così è stato, ma all’atto di salutarci l’ultimo suo pensiero è stato il seguente: “Ah, una cosa – mi ha detto uscendo dal suo ufficio – dove cazzo sarebbe l’effetto serra, che ci sono dieci gradi in meno della media?”.
Ancora una volta ho dovuto dargli ragione.
Per chi non lo conoscesse, lui è uno dei più noti difensori della “teoria ciclica del clima”, formulata per la prima volta da questo signore. Quella che, in buona sostanza, nega il cosiddetto “effetto serra”, spiegando, con prove inoppugnabili, come si tratti di una bufala montata ad arte per terrorizzare popolazioni intere.
La sua dimostrazione empirica, del resto, lascia poco scampo ad ogni altra teoria.
Ve ne faccio dono, come a me è stata donata in una fredda giornata di dicembre.

Avv: “Ma che gran cazzata ‘sta storia dell’effetto serra!”
Io: “Perché dovrebbe esserlo”?
Avv: “Ma tu sei mai stato in aereo”?
Io: “Sì, qualche volta”
Avv: “Hai mai guardato fuori dall’oblò, mentre eri in quota”?
Io: “Sì, per vedere le nuvole da sopra”.
Avv: “E allora dimmi: ma quanta cazzo è l’aria nei cieli? Ti sembra possibile che tutta quell’aria possa essere inquinata”?
Io: “In effetti, studi da miliardi di dollari per dimostrare l’effetto serra, protocolli internazionali, risoluzioni, leggi, e bastava guardare fuori dall’oblò di un aereo per capire che sono tutte balle”.

(nella foto sotto un momento dell’esperimento)

P.S. Lo stesso ragionamento, ovviamente, vale per gli oceani. Basta con queste fandonie. Di inquinato non c’è nulla!!!

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L’UTOPIA E LE NIKE

Pubblicato da miglietto su 22 - 03 - 08

Il post precedente non era uno scherzo.
Insomma, un po’ in crisi ci sono andato davvero (anche perchè io ho praticamente soltanto Nike).
Oggi Gianluca mi ha inviato questo commento, che trovate al post precedente. Una risposta ai miei dilemmi talmente bella che voglio riproporla con lo status di post.
L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.
L’ho scoperta qualche tempo fa – mi scrive Gianluca – leggendo un manifesto di “Un altro mondo è possibile” appeso all’entrata di un esercizio commerciale equosolidale. Da allora, dopo essermi lentamente e dolorosamente reso conto che buona parte del mio “benessere” è direttamente proporzionale alla “sofferenza” di altri, quelle vecchie scarpe usurate della nike non mi vanno più tanto strette, anzi …ci cammino.
Grazie a Gianluca, per avermi aiutato ad aprire gli occhi, evitando che restassi abbagliato.

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AHIAHIAI!!!

Pubblicato da miglietto su 21 - 03 - 08

Accendo il pc e mi trovo una mail di Gianluca (grazie) che mi informa sulle barbarie di cui è vittima la popolazione cinese per mano di quei “difensori del popolo” del Partito comunista.
Mi indigno una volta di più, vado cercare altri post che mi parlino della tortura in Cina e mi convinco, semmai ce ne fosse bisogno, che quello del Tibet debba essere soltanto un “frame” all’interno di una discussione più ampia da sviluppare.
Ma si fa tardi e devo uscire.
Mi vesto, mi infilo le Nike e affronto il mondo convinto di avere molto da dire e molto da fare.
Poi mi fermo, guardo all’interno della linguetta e mi domando: e adesso cosa faccio?

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L’UOVO DI COLOMBO

Pubblicato da miglietto su 19 - 01 - 08

Se il grado di benessere e appagamento di un lavoratore potrebbe, in un futuro non lontano, persino arrivare ad essere una voce importante tra i capitoli dei bilanci aziendali, perchè una gran parte delle persone che conosco non sonno soddisfatte di come si trovano a svolgere il proprio lavoro?

Perchè la figura del “capo”, sia esso un direttore o il proprietario dell’impresa, è quasi sempre invisa ai dipendenti?
E’ un fatto necessario nelle dinamiche di organizzazione aziendale, oppure attiene a componenti psicologiche diverse? Insomma, a volte mi capita di pensare che basterebbe davvero poco, e soprattutto non in termini economici, perchè all’interno di un gruppo di lavoro l’appagamento e il valore aggiunto in termini di serenità possano crescere, a beneficio, ovviamente, anche della stessa azienda. Eppure non accade spesso, anzi, accade quasi mai.
Colpa della diffusa frustrazione di “capi” sempre più ricchi di soldi, ma sempre più poveri di spirito?
O è colpa della categoria “dipendente”, ancora diffusamente immatura per disporre di spazi e modalità che, male utilizzati, porterebbero, in fondo, a una organizzazione aziendale meno efficiente?

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VOLEMOSE BENE

Pubblicato da miglietto su 17 - 01 - 08

Economia della felicità, ovvero, tra le altre cose, dare meno importanza al denaro e allo scambio di beni materiali, per tornare a valorizzare elementi che sembrano aleatori, ma che migliorano, di fatto, le nostre vite: relazioni interpersonali, messa in comune gratuita di beni quali il tempo, l’attenzione e la conoscenza, coltivazione degli ambiti artistico ed ambientale.
Una ricetta non nuova, si pensi alla vita degli italiani negli anni Cinquanta, prima del boom economico, con pochi mezzi a disposizione e molta solidarietà a colmare le mancanze.
In che misura le nuove tecnologie potrebbero oggi aiutarci a tornare verso un modello economico simile, ovviamente rivisto e corretto? Oppure c’è il rischio che l’era di Internet sia, in realtà, una semplice fiammata, capace ora di coinvolgere, anche emotivamente, milioni di persone, ma destinata ad estinguersi rapidamente?
E ancora, il mettere in comune implica un possesso. Se il possesso dei beni materiali non arriva a soddisfare i minimi indispensabili per un’esistenza dignitosa, come sarà possibile condividere ciò che si ha, ma non si ha né tempo, né libertà di valorizzare?

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SUDOMAGODO

Pubblicato da miglietto su 17 - 01 - 08

“Il grado di soddisfazione dei dipendenti dovrebbe essere inserito, quale vero e proprio capitolo, nei bilanci aziendali. Occorrono nuovi strumenti contabili che inizino quantificare anche la qualità della condizione di lavoro e non soltanto la sua quantità”.

Parole di Luca De Biase, in occasione della presentazione del suo “Economia della felicità” edito da Feltrinelli.
Parole che mi affascinano e che, se mi guardo intorno, mi fanno sorridere.

Mi domando: ma dove andrebbe messa la soddisfazione? Attività o passività?

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MAQUANTOSONOFELICE?

Pubblicato da miglietto su 17 - 12 - 07

Ne parla anche Luca De Biase nel suo blog oggi: quanto la felicità degli italiani, e il suo contrario, sono distanti dalle reali esigenze della gente?
Un’antica questione, il cui approfondimento rischia di portarci su terreni filosofici fin troppo ardui per noi. L’attualità del tema è ancor maggiore per me, proprio oggi, per questioni professionali. Uno dei servizi portanti del Tg odierno sarà dedicato alla classifica che Il Sole24Ore ha dedicato alla “qualità della vita” nelle province italiane.
Tra i vari indici analizzati, grande importanza è data al cosiddetto “sentiment”, ovvero al grado di percezione umana nei singoli ambiti che fanno la quotidianità della nostra vita.
In particolare, è il cosiddetto indice della felicità a fornire i dati più curiosi.
Premesso che indicizzare la felicità non dev’essere cosa affatto semplice, è singolare trovare tra le province più “tristi” d’Italia quelle di Varese, di Brescia, di Torino e di Piacenza, quest’ultima fanalino di coda della graduatoria.
Prendiamo Piacenza, un ottimo esempio di distacco tra probabile realtà oggettiva e percezione della stessa, ma anche della distanza che corre tra la percezione dei singoli problemi e il concetto più generale (e fatalmente vago) di felicità.
La città emiliana a confine con la Bassa lombarda registra una delle migliori posizioni in fatto di percezione di sicurezza: 16esima su 103; è 15esima, sempre in quanto “sentiment”, su servizi, ambiente e salute, è 27esima per come i suoi cittadini percepiscano un problema lavoro, è addirittura 13esima nella percezione del tenore di vita, in riferimento all’aumento dei prezzi, e, infine, è 30esima, lo ripeto, su 103, nella graduatoria finale del Sole che mette insieme tutti i dati, compresi i molti statistici e quindi oggettivi, complessivamente facenti parte della ricerca.
Insomma, sulla carta Piacenza è una provincia messa niente male.
Analoghi dati possono leggersi per quanto riguarda Torino, Varese e Brescia.
Perché, allora, viene da domandarsi, i piacentini si dichiarano gli italiani meno felici?
Se la felicità è data in gran parte dalla proiezione televisiva delle nostre aspettative (e credo sia in gran parte vero) delle due l’una: o i piacentini non guardano la tivù, oppure ne guardano troppa.
Probabilmente, nella loro, presunta, infelicità c’è dell’altro.
Sarà la nebbia abbondante, oppure una frustrazione atavica dovuta alla vicinanza, ma insieme all’esclusione, dalla Lombardia operosa e ricca?
Scherzi a parte, questi dati fanno riflettere sul concetto tanto caro a De Biase, intorno al quale anch’io credo che ruoti gran parte del nostro destino. Quando gli uomini del mondo industrializzato impareranno ad essere più felici, o quantomeno a riconoscere la felicità che spesso hanno senza saperlo? E se succederà, l’economia e il benessere rallenteranno o ci sarà un nuovo impulso verso il meglio?
L’economia delle cose semplici, quella del poco ma condiviso potrebbe essere la nuova frontiera. Un’economia in cui, forse, il gap clamoroso tra il posseduto (in senso lato) e il percepito potrebbe, finalmente, assottigliarsi.

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