
Ieri mattina mi confrontavo con il mio amico/collega Stefano, con cui non parlo spesso, ma quando lo faccio imparo sempre qualcosa.
Entrambi, ieri l’altro, abbiamo seguito l’udienza del processo in Tribunale a Como che vede imputato l’ex parroco di Laglio, don Mauro Stefanoni, accusato del reato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino, ench’egli di Laglio.
Nel corso dell’udienza, in un clima tutt’altro che disteso, con accuse pesanti sia nei confronti dell’imputato, sia tra piemme e difesa, sono emersi tre aspetti che hanno, per quanto abbiamo percepito, caratterizzato il processo.
Il primo deriva dalle testimonianze di alcuni parrocchiani di Ponte Tresa (dove don Mauro era stato vicario prima di diventare parroco a Laglio) preoccupati per alcuni atteggiamenti definiti dagli stessi “troppo confidenziali” tra il prete e un ragazzo del paese sul lago di Varese (non la presunta vittima degli abusi) .
Il secondo aspetto emerso è relativo a presunte pressioni che proprio quel ragazzo avrebbe subito, secondo la sua stessa testimonianza resa ieri in aula, durante una prima audizione davanti a polizia e magistrati nel 2004. “Mi facevano dire ciò che andava a loro ed è capitato che mi deridessero”, ha detto al Giudice il ragazzo che era stato chiamato a testimoniare proprio perché ritenuto dai magistrati qualcosa di più di un semplice amico del sacerdote.
Una terzo fatto, anche questo emerso dalla testimonianza dal ragazzo di Ponte Tresa, è il seguente. A un certo punto dell’inchiesta, don Mauro ha saputo, non si capisce come, di essere intercettato, tant’è che l’ha subito riferito al suo giovane amico.
In questo quadro, al di là dello sfondo “pruriginoso” in cui si colloca la vicenda, di penalmente rilevante, almeno per quanto concerne ciò che è stato dibattuto ieri, ci sono la presunta “pressione” nel corso dell’audizione del giovane testimone e la “fuga di notizie” a favore dell’imputato.
Detto ciò, torno al confronto avuto con Stefano. Insieme ci siamo fatti qualche domanda.
Qual era il titolo giusto nel nostro Tg, o sui giornali locali?
Qual era, insomma, la notizia?
I cronisti locali, ciascuno a modo proprio, hanno cercato di rendere noti tutte e tre le vicende emerse dalla lunga giornata in Tribunale. Nessuno di noi ha però fatto una scelta precisa, in netta controtendenza rispetto ai colleghi.
Nessuno ha scartato, ad esempio, il primo punto, quello che, nella linea accusatoria, tende ad acclarare la possibile omosessualità del prete, soffermandosi sugli unici fatti penalmente rilevanti emersi dalle varie testimonianze.
La risposta che ci siamo dati è sin troppo semplice: siamo giornalisti, non giudici.
Non è nostro compito fermarci al “penalmente rilevante”, noi dobbiamo raccontare anche tutto il resto.
Una risposta che, però, non risolve la questione.
Fino a che punto è giusto che la gente sappia? Qual è il famoso limite del diritto di cronaca?
Ma, soprattutto, qual è il punto oltre il quale rispondiamo più al nostro ego (professionale e personale), piuttosto che al vero interesse generale?
In questo caso, poi, la faccenda è complicata. Trattandosi di un prete, responsabile, per altro, dell’organizzazione di oratori, è, probabilmente necessario anche rendere conto, al di là delle implicazioni penali, del suo operato all’interno di questi oratori, con relazioni personali controverse e tutto ciò che ne deriva. Operato, per altro, di dominio pubblico perché descritto all’interno di un’aula di Tribunale, in un processo a porte aperte. In questo modo, però, il rischio, o meglio la certezza, è di anticipare l’eventuale condanna dei giudici.
Perché sapere che don Mauro è stato accusato da alcuni suoi parrocchiani di avere “attenzioni particolari” nei confronti di un ragazzo può essere devastante quasi quanto un’eventuale condanna per gli abusi su un altro ragazzino. Insomma, per i cronisti, il rischio di sostituirsi ai magistrati nel metro di giudizio della gente è concreto. E c’è sempre.
Difficile trovare soluzioni valide per questa sorta di dilemma.
Forse interrogarsi ogni tanto sulle implicazioni di questo rischio è un modo ragionevolmente serio per far sì che quel metro di giudizio che instilliamo nella gente non sia qualcosa di troppo distante dalla realtà e dal buon senso.